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Rianimazioni, letti “sulla carta” evitano (per ora) la soglia critica

Nell’intervista a Lo Spiffero, il Presidente AAROI-EMAC Piemonte, Gilberto Fiore, fa il punto della situazione e denuncia come non tutti i posti di terapia intensiva su cui si basano le percentuali siano effettivi.

Negli ultimi due giorni i letti di terapia intensiva occupati da pazienti Covid sono cresciuti quotidianamente di tre unità. Se l’aumento seguirà questa progressione, o peggio crescerà ancora come i medici temono e prevedono, non ci vorrà molto per raddoppiare, triplicare il numero assoluto di posti, che ieri era di 62, nelle rianimazioni piemontesi, nella stragrande maggioranza dei casi occupati da non vaccinati. Il superamento della soglia critica del 10% è dietro l’angolo, o forse, di fatto è già stata superata. Perché tutto dipende dai numeri, quelli dei letti di terapia intensiva che sono effettivamente pronti e funzionanti negli ospedali e quelli che, invece, attestano letti che in realtà non ci sono.

Gilberto Fiore, primario di Anestesia e Rianimazione all’ospedale di Moncalieri, è al vertice regionale dell’Associazione anestesisti rianimatori ospedalieri italiani il cui presidente nazionale Alessandro Vergallo, proprio ieri ha denunciato come non tutti i posti di terapia intensiva su cui si basano le percentuali siano effettivi.

La questione sui letti effettivamente disponibili e quelli, diciamo, sulla carta si trascina da mesi. Adesso che i ricoveri aumentano il problema si ripropone. Dottor Fiore, cerchiamo di fare chiarezza, le percentuali e la soglia critica in Piemonte su che numeri si calcolano?
“Diciamo che nei dati forniti dalla Regione vengono considerati già operativi sia quelli previsti dal piano Arcuri sia i 160 acquistati dalla Regione stessa, ma quei posti non ci sono ancora”.

Ad oggi, il sistema ospedaliero piemontese quanti letti di rianimazione funzionanti ha?
“Tra i 450 e i 480”. 

Quindi se la soglia critica scatta al 10% dell’occupazione e ieri i letti occupati erano 62 e, come si dice, la matematica non è un’opinione, l’asticella che è uno dei parametri per il passaggio in zona gialla, è già superata?
“Secondo la Regione no, perché calcolando 670 letti è chiaro che siamo al di sotto. Un criterio che, va detto, non viene applicato solo in Piemonte come ha osservato il nostro presidente nazionale”.

Restiamo ai numeri, ma guardiamo a quelli del personale necessario per rendere perfettamente funzionali i letti di terapia intensiva. Quanti medici e quanti infermieri servono?
“Il rapporto ideale è di un infermiere ogni due pazienti e le linee guida indicano che un medico rianimatore può curare 4 o 5 pazienti in contemporanea”.

In Piemonte, lei lo ha ribadito in più occasioni in passato, c’è una forte carenza di personale. È cambiato qualcosa negli ultimi mesi?
“Siamo sempre abbondantemente sotto. Sono stati assunti qualche decina di specializzandi nel frattempo diventati specialisti, ma i grandi ospedali continuano a fare da polo di attrazione a discapito dei medi e piccoli ospedali. Oggi in tutto il Piemonte gli anestesisti rianimatori sono poco più di mille e nelle strutture pubbliche mancano non meno di duecento professionisti. Questo solo per coprire parte delle carenze e parte di quei letti nuovi che per ora non sono attivi”.

Che cosa ci si deve aspettare sul fronte delle terapie intensive per le prossime settimane?
“Circa l’80 per cento dei pazienti Covid in terapia intensiva riguarda persone non vaccinate, la restante parte ha serie problematiche respiratorie di immunodepressione e altre patologie. Questo ci dice che bisogna accelerare il più possibile sulla terza dose e, ovviamente, sarebbe necessario ridurre quanto più possibile il numero dei non vaccinati. Per aumentare i posti nelle rianimazioni serve personale che, come appena detto, manca e non è semplice trovarlo in tempi rapidi”.

L’intervista

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