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Quali sono i posti effettivi in Terapia Intensiva?

Sul Messaggero di oggi l’intervista di Graziella Melina al Presidente Nazionale AAROI-EMAC, Alessandro Vergallo, sulla richiesta di chiarimenti inviata alle Regioni nei giorni scorsi.

Qual è la situazione reale negli ospedali ad oggi?
«Le terapie intensive sono ancora sotto pressione. La lievissima flessione dei casi che si stanno registrando negli ultimi giorni è limitata a poche decine di posti su un totale di oltre 3.400 letti oggi ancora occupati da pazienti covid».

Quindi, quali sono i posti effettivi?
«Rispetto ai 9100 di Agenas noi stimiamo che ce ne siano al massimo 8mila. Quindi stiamo parlando di almeno mille posti in meno».

Come mai i dati di Agenas sono così alti?
«Temiamo che almeno in alcune Regioni si tenda a conteggiare come posti letto di rianimazione persino i lettini operatori, dove in una situazione assolutamente emergenziale quale quella che si è verificata nei primi mesi del 2020, sono stati curati e salvati molti pazienti sottoposti a cure rianimatorie. Ma a distanza di un anno, i posti reali di rianimazione da conteggiare come disponibili devono essere soltanto quelli pienamente rispondenti a tutti i requisiti strutturali e di personale in grado di gestirli».

Cosa cambia se non ci sono tutti i requisiti?
«Rischia di abbassarsi la qualità e la sicurezza delle cure, dato che esse sono tanto più adeguate quanto più i posti letto di rianimazione possiedono tutti i requisiti che devono avere. Inoltre, è chiaro che nel momento in cui il loro indice di occupazione per pazienti Covid rispetto alla loro disponibilità totale è un indicatore sulla base del quale si decidono o meno le riaperture, se questo dato non è reale può portare a decisioni sbagliate. Ecco perché abbiamo chiesto se tutti i posti letto di rianimazione, riportati per ogni Regione nel portale Agenas, corrispondono a tali requisiti».

C’è il rischio insomma che si strumentalizzino questi numeri per giustificare alcune aperture?
«Esattamente. Premetto che ci rendiamo conto che il nostro Paese ha la necessità economica di riaprire quanto prima al maggior numero di attività produttive nel più breve tempo possibile. Tuttavia dobbiamo ragionare su dati reali e non su dati che presentano il rischio di risultare inesatti. Ci preme inoltre chiedere alla politica tutta di smettere di continuare a commettere l’errore di considerare come indicatore per adottare o allentare le misure di restrizioni sociali il famoso indice di occupazione pari al 30% fotografato in un dato momento, mentre invece occorre prevederne il trend in prospettiva, che tutti ormai sanno si avvera 2 o 3 settimane dopo i contagi, e quindi decidere tali misure anticipando e non inseguendo il Virus, che altrimenti sarà sempre in vantaggio».

Cosa succede se si continua a utilizzare dati non corrispondenti al reale?
«Anche se parrebbe che in questa fase stia iniziando una lieve discesa della pressione ospedaliera, e in particolare delle terapie intensive, non possiamo permetterci di rischiare una quarta ondata. Perciò, siamo molti preoccupati che questi segnali di rallentamento, se porteranno la politica a decidere riaperture troppo precoci, possano portare a una sottostima del rischio di una ripresa dei contagi, quindi dei ricoveri, delle rianimazioni e di tanti altri morti».

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